Angolo di cielo

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 Oggetto del messaggio: Guarigione definitiva
MessaggioInviato: martedì 17 agosto 2010, 11:45 
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Iscritto: giovedì 5 marzo 2009, 14:40
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Guarigione Definitiva

by David Wilkerson


La resurrezione dai morti è la "guarigione definitiva". Cercai di trasmettere questa gloriosa verità ai genitori in lutto di un bimbo di cinque anni, che era morto appena da poche ore, di leucemia. Avevano chiesto a Dio la guarigione del loro amato bambino. La Chiesa intera aveva pregato con fervore. Alcuni amici avevano profetizzato: "Non morirà, guarirà". Una settimana prima della morte, il padre del bimbo, col cuore spezzato, aveva preso fra le braccia il figlio febbricitante ed aveva cominciato a camminare per la stanza: "Signore, non mi arrenderò. Le tue promesse sono verità, la mia fede non ha mai vacillato. Ben più di due o tre si sono accordati nel tuo nome, per la sua guarigione. Lo confesso e lo reclamo". A dispetto di tutto questo, il bimbo era morto.

Ero presente mentre deponevano il bimbo in una piccola bara. Guardavo con orrore i volti tristi di tutti quegli amici cristiani che si erano radunati insieme per fare lutto. I genitori erano in uno stato di shock. Tutti avevano paura di dire quello che stavano pensando. So che i fedeli lo pensavano, ed anche il pastore si comportava come se lo pensasse. So che i genitori sicuramente lo pensavano. Ma qual era quest'inesprimibile pensiero che attanagliava la loro mente? Semplicemente: "Dio non ha risposto alla preghiera! Qualcuno ha fatto qualche sbaglio, ha impedito il corso della potenza guaritrice di Dio! Qualcuno è responsabile per la morte di questo piccolo. Sarà stato un rancore, un motivo segreto, un peccato nascosto. Qualcuno o qualcosa ha impedito la guarigione".

Fu proprio li ed in quel momento, che scese su di me questa gloriosa verità, presi i genitori da parte e brevemente esposi quello che mi pesava sul cuore: "Non discutete Dio" dissi "tutte le vostre preghiere sono state esaudite. Dio ha dato a vostro figlio la guarigione definitiva. Adesso quel corpicino febbricitante è stato abbandonato, e Ricky è rivestito del suo corpo perfetto e senza dolore. Ricky è stato guarito! Dio ha fatto infinitamente al di là di tutto quello che voi potevate pensare o chiedere da lui. Ora il bimbo è vivo e sta bene: tutto ciò che è cambiato sono solo il suo corpo e la sua situazione".

Quei genitori mi guardarono con ira. Erano amareggiati e confusi, e lasciarono il cimitero per entrare in un periodo di cinque anni di dubbi, domande, sensi di colpa ed esami di coscienza. Durante quel periodo mi parlavano appena. Ma Dio, nella sua misericordia, irrompe sempre nei cuori sinceri. Un giorno, lo Spirito Santo venne su quella giovane madre mentre era in preghiera, ricordandole il mio messaggio. Cominciò a lodare il Signore, dicendo: "Ricky è stato guarito. Dio ha risposto alle nostre preghiere. Il Signore ha perdonato i nostri dubbi. Adesso Ricky è vivo e sano, e sta godendo della sua guarigione".

Per me fu prezioso il momento in cui ci riunimmo insieme, abbracciandoci, ringraziando il Signore per una tale consolazione. Il padre di Ricky confessò: "David, ero così arrabbiato con te. Quando hai detto che il nostro bambino appena morto in realtà era stato guarito, ho pensato che fossi senza cuore. Ora lo capiamo. Eravamo talmente egoisti che non riuscivamo a vedere cosa fosse meglio per nostro figlio. Pensavamo solo al nostro dolore, all'angoscia, alla sofferenza. Ora il Signore ci ha mostrato che il nostro Ricky non è stato distrutto dalla morte, ma che il Signore lo ha condotto a sé".


La vita non è nel guscio


Questi nostri corpi mortali non sono altro che dei gusci, e la vita non è nel guscio. L'involucro non è destinato a durare per sempre, ma solo a contenere per un tempo una forza vitale che va continuamente crescendo e maturando. Il corpo non è che una conchiglia, che funziona come momentanea custodia della vita interiore. Il guscio è nulla, al confronto della vita eterna che esso racchiude.

Ogni vero cristiano è stato riempito di vita eterna. Essa è stata piantata nel nostro corpo mortale, come un seme in continua maturazione. Dentro di noi è come un processo di continua crescita, di continua espansione, fino al punto in cui deve liberarsi dal guscio per trasformarsi in una nuova forma di vita. Questa gloriosa vita di Dio in noi esercita pressione sull'involucro, e nel momento in cui la vita di resurrezione è matura, il guscio si rompe. I legami materiali si spezzano, e come un pulcino appena nato, l'anima è liberata dalla sua prigione. Gloria al Signore!

La morte non è altro che lo spezzarsi di un fragile guscio. Nel preciso momento in cui il nostro Signore decide che esso ha adempiuto alla sua funzione, il popolo di Dio deve abbandonare il vecchio corpo corrotto alla polvere da cui proviene. Chi mai vorrebbe raccogliere i pezzetti dell'uovo che si è rotto, per costringere il pulcino a ritornare nel suo stato precedente? E chi mai si sognerebbe di chiedere ad un suo caro defunto di abbandonare il suo corpo nuovo e glorificato, fatto ad immagine di Cristo, per ritornare al guscio corruttibile dal quale è stato liberato?


Morire è guadagno?


Paolo lo ha detto! "Morire è guadagno" (Filippesi 1:21). Questo modo di parlare è assolutamente estraneo al nostro moderno vocabolario spirituale. Siamo talmente degli adoratori della vita, da aver un ben piccolo desiderio di partircene per essere col Signore.

Paolo disse: "Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio ...". Eppure, per amore dell'edificazione dei nuovi convertiti, egli pensava che fosse meglio, per lui, "rimanere nel guscio", o, come egli stesso dice "abitare nella carne".

Forse Paolo era un debole? Aveva un insano desiderio di morte? Mostrava mancanza di rispetto per la vita con cui Dio lo aveva benedetto? Certamente no! Paolo viveva pienamente la vita. Per lui, essa era un dono, ed egli la usava per combattere un buon combattimento. Aveva vinto la paura del "dardo della morte" ed ora poteva dire: "È meglio morire e stare col Signore, che rimanere nella carne".

Coloro che muoiono nel Signore sono i veri vincitori; quelli che rimaniamo siamo i perdenti. Quanto è tragico che il popolo di Dio guardi a coloro che sono dipartiti come a dei "perdenti, povere, miserabili anime, che sono state private da una più grande misura di vita". Se i nostri occhi e le nostre orecchie spirituali potessero aprirsi solo per qualche momento, vedremmo i nostri cari accanto al Dio dell'universo, che passeggiano nel fiume puro e cristallino della vita eterna, e che cercano di gridarci: "Ho vinto! Ho vinto! Alla fine, sono libero! Coraggio, cari che siete ancora sulla Terra: non c'è nulla da aver paura. La morte non punge. È vero, è meglio partire ed essere col Signore".

Forse qualcuno dei vostri cari ha rotto il guscio? Eravate presenti quando è successo? Oppure la notizia vi è arrivata per telefono o per telegramma? Che genere di spaventosi sentimenti hanno invaso la vostra mente, quando vi è stato detto: "È morto, è morta"?

Ovviamente. È naturale stare in lutto e piangere per quelli che muoiono. Anche la morte del giusto è un dolore per quelli che restano. Ma come seguaci di Cristo, di colui che detiene nelle sue mani le chiavi della morte, non possiamo permetterci di credere che essa sia un guaio provocato dal diavolo. Satana non può distruggere un solo figlio di Dio. Sebbene gli fosse concesso di toccare la carne di Giobbe ed affliggere il suo corpo, Satana non poté prendere la sua vita. I figli di Dio muoiono nel momento per loro stabilito, né un secondo prima, né un secondo più tardi. Se i passi dei giusti sono stabiliti dal Signore, anche quello finale lo è.

La morte non è la guarigione definitiva: la resurrezione lo è! La morte è un passaggio, e talvolta può essere doloroso e drammatico. Ho visto molti eletti di Dio morire in mezzo a dolori tremendi. Ma Paolo risponde a tutto questo proclamando: "Infatti io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev'essere manifestata a nostro riguardo" (Romani 8:18). Non importa quanto dolore, sofferenza, piaghe e confusione possano regnare nei nostri corpi, non si possono neppure paragonare all'indicibile gloria che attende coloro che superano questo passo.


La spinta magnetica di Dio


In tutti gli anni in cui ho visto morire dei giusti, ho notato un'esperienza comune. La chiamo "spinta magnetica". Sono convinto che la morte giunga sui santi molto prima del loro ultimo respiro. Quando il Signore gira la chiave, una forza magnetica irreversibile da parte dello Spirito di Dio comincia ad attrarre il suo amato. In qualche modo, Dio permette che l'interessato si renda conto di ciò che sta avvenendo. Gli viene data una consapevolezza interiore del fatto che sta andando a casa. Ha cominciato a vedere un pochino della gloria celeste. Mentre i suoi cari sono intorno a lui, pregando per la sua resurrezione, si può avvertire il fatto che egli non vuole più rimanere imprigionato nel suo guscio. Si è aperto uno squarcio; ha guardato dentro ed ha gettato lo sguardo sulla Nuova Gerusalemme, con le sue stupende gioie eterne. Ha visto una visione delle glorie che l'aspettano. Tornare indietro sarebbe assurdo.

Sono stato di recente al capezzale di una mamma credente che stava morendo di cancro. La sua stanza d'ospedale risplendeva della santa presenza di Dio. Il marito ed i figli cantavano degli inni a bassa voce. Debole com'era, ella alzò il volto verso il cielo e sussurrò: "Sento la sua attrazione. È vero, egli ci attira a sé. Sento come una potenza magnetica, e vado sempre più veloce, non voglio che qualcuno mi fermi". Nel giro di poche ore, spezzò il guscio terreno per entrare nella cerchia di maggiore intimità con Dio. In quell'ora santa, nessuno si azzardò ad interferire con il divino processo di cambiamento, quando il terreno fu inghiottito dal celeste.

È triste sentire i cristiani che accusano Dio per "essersi preso i loro cari". "Signore, non è giusto" protestano. Sebbene sia difficile condannare quello che la gente dice in momenti di grande tristezza, credo che un tale genere di ragionamento sia egoistico. Pensiamo solo alla nostra perdita, e non al loro guadagno. Dio toglie via da questo mondo solo quelle persone che egli non vuole più amare a distanza. Il loro amore reciproco richiede che essi siano alla sua presenza. È li che l'amore è perfetto. Essere col Signore vuol dire sperimentare il suo amore nella sua pienezza.

Così, tu sei impotente mentre il tuo caro attraversa il passaggio chiamato morte. Sai che è un sentiero buio e solitario, e non puoi fare altro che tenere la sua mano. Viene il momento in cui devi lasciare i tuoi cari, e permettere che Gesù li prenda per mano. Non ti appartengono più, sono suoi. Ti senti così impotente, ma non c'è nulla che tu possa fare, se non riposare nella consapevolezza che il Signore se li è presi, e che i tuoi amati sono in buone mani. Poi, in un attimo, sono fuori dalla tua vista. La battaglia è finita. Rimane solo il guscio vuoto, L'anima, resa libera, ha preso il volo nella santa presenza di Dio. La morte del giusto è una cosa preziosa. Davide, il salmista, scrisse: "È preziosa agli occhi del Signore, la morte dei suoi fedeli" (Salmo 116:15). Dio considera la morte di uno dei suoi figli come un momento prezioso. Ma noi, esseri umani, troviamo veramente poco o nulla di prezioso in questa esperienza.

Una giovane madre mi parlò della triste storia del trauma che sopportò dopo la morte dei suoi due figli. Il primo era morto all'età di 18 mesi. Il secondo visse solo per un paio di mesi. Lei aveva pensato che Dio le avesse dato il secondo bambino per risarcirla della perdita del primo, ma ora erano morti entrambi. Attraversò mesi di esami di coscienza, insieme al marito credente. C'era del peccato nella loro vita? Avevano fatto adirare Dio dubitando del suo potere di guarigione? Erano in qualche modo responsabili per la morte dei loro figli? Poi, in buio giorno, "una cara amica cristiana" li andò a trovare con quello che dichiarava essere un messaggio da parte del Signore. Disse che erano stati castigati dal Signore per dei segreti rancori, e per insincerità nel loro matrimonio. Fu loro detto: "Quei bambini oggi sarebbero vivi, se i vostri cuori fossero stati purgati dal peccato, e la vostra confessione fosse stata corretta".

Furono investiti dalla disperazione. Ma Dio, nella sua misericordia, mostrò loro quanto fossero ridicoli quei pensieri. Un tal genere di insegnamento è una tragica assurdità. Dio non gioca alla roulette russa con la vita delle persone.

Smetteremo di pregare per quelli che stanno morendo? Ci arrenderemo davanti ad una malattia terminale? Ci coricheremo e moriremo, perché questo conduce alla guarigione definitiva? Mai! Oggi più che mai, credo nella guarigione divina. Dovremmo pregare sempre perché ogni ammalato sia guarito. Ma le uniche persone che non vengono guarite, come noi intendiamo, sono quelle scelte per la guarigione definitiva. Ad alcuni non vengono concessi organi o tessuti nuovi, ma una perfetta guarigione: dei corpi glorificati, senza sofferenza, eterni. Possiamo concepire un miracolo più grande della resurrezione dai morti?


Siamo troppo legati alla Terra


Qualsiasi messaggio che riguarda la morte ci turba. Cerchiamo di evitarne anche il solo pensiero. Guardiamo con sospetto quelli che ne parlano, come se fossero deboli. Qualche volta parliamo di come sarà il cielo, ma il soggetto della morte è un tabù.

Quanto erano differenti i primi cristiani! Paolo parlò molto della morte. In effetti, la nostra resurrezione dai morti viene definita, nel Nuovo Testamento, come la "beata speranza". Ma ai nostri giorni la morte viene considerata un intruso che ci taglia fuori dalla bella vita alla quale ci siamo abituati. Abbiamo le menti talmente occupate da cose materiali, che siamo rimasti impantanati nella vita. Non riusciamo a sopportare l'idea di dover lasciare le nostre belle case, le cose alle quali siamo affezionati, i nostri teneri affetti. Sembra che pensiamo: "Morire adesso sarebbe una perdita troppo grande. Amo il Signore, ma ho bisogno di tempo per godermi le proprietà. Ho sposato una moglie. Devo provare i miei buoi nuovi. Ho bisogno di altro tempo".

Avete notato quanto si parla poco del cielo, oggidì, o del lasciare indietro questo vecchio mondo? Al contrario, siamo bombardati di messaggi su come usare la nostra fede per acquistare sempre più cose. "Il prossimo risveglio" ha detto un predicatore molto noto "sarà un risveglio finanziario. Dio sta per riversare benedizioni finanziarie su tutti i credenti".

Che assurdo concetto degli eterni propositi di Dio! Nessuna meraviglia, se i cristiani sono terrorizzati dall'idea della morte. La verità è che siamo ben lontani dal comprendere la chiamata di Cristo a dimenticare il mondo e tutte le cose che gli appartengono. Egli ci chiama a morire. Morire senza innalzare commemorazioni di noi stessi e senza preoccuparci di come saremo ricordati. Gesù non lasciò nessuna autobiografia, nessun quartier generale, nessuna università e nessuna scuola biblica. Non lasciò nulla, a sua perpetua memoria, se non il pane ed il vino.Qual è la più grande rivelazione della fede, e come deve essere esercitata? Lo scoprirai in Ebrei: "Tutti costoro sono morti nella fede ... confessando di essere forestieri e pellegrini sulla Terra ... Ma ora ... desiderano una (patria) migliore, cioè quella celeste; perciò Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio, poiché ha preparato loro una città" (Ebrei 11:13-16).

Questa è la mia sincera preghiera a Dio:

Signore, aiutami a sciogliere tutti i legami col materiale. Non lasciarmi sprecare il dono della vita con piaceri o scopi egoistici. Aiutami a ridurre le mie voglie sotto il tuo controllo. Fa' che mi ricordi che sono un pellegrino, e non un residente. Non sono un tuo tifoso, ma un tuo seguace. Soprattutto, liberami dal legame della paura di morire. Fammi capire una volta per tutte che morire in Cristo è un guadagno. Aiutami a guardare con gioiosa aspettativa al momento della guarigione definitiva.

Leggi nelle Scritture: Apocalisse 1:18; Ebrei 2:14-15; II Timoteo 1:10


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 Oggetto del messaggio: Guarigione definitiva
MessaggioInviato: martedì 17 agosto 2010, 13:29 
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Iscritto: lunedì 6 ottobre 2008, 15:59
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Molto bella e vera la tematica, ma a mio avviso, troppo semplificata.
Vero è che esistono persone che amano la vita (in termini terreni e materiali), e non vogliono nemmeno pensare alla morte, pur essendo essa una realtà, una tappa obbligata; ma è anche vero che esistono persone che amano la morte, disprezzando la vita: alcool, droga, eccessi; oppure amano la vita, a condizione che questa risponda a determinati requisiti, per cui se non rientra in quei parametri ci si orienta verso eutanasia, aborto, ecc.
La realtà è molto più complessa.
E anche nell'ottica della fede, quando muore ad es un figlio, in modo improvviso, senza la "preparazione" di una malattia, se si fanno certi discorsi, anche con le migliori intenzioni, si rischia di far bestemmiare le persone (è notizia di oggi il bambino morto a nemmeno 1 anno di età, dopo una settimana di agonia, per essersi tirato addosso del semolino bollente).
Allora nasce confusione: amare la vita? Oppure amare la morte per raggiungere il Signore?
Nessuno dei due. E nemmeno terze e quarte ipotesi.
Per il credente, la questione, non è vita o morte, ma fare o non fare la volontà di Dio, che essa sia vita, o che essa sia morte, "perché sia che viviamo, sia che moriamo, lo facciamo per il Signore" (san Paolo); che essa sia non vita, che essa sia non morte (esclusi però i fatti artificiali e contro natura).
Questo credo, sia il succo della faccenda: accettare o meno la volontà di Dio, quale che sia (quello che Dio vuole, e quello che Dio permette).

Ma semplificare la realtà, come se tutti volessimo la stessa cosa, non mi sembra reale. Intendiamoci, il testo, è vero nella sua essenza. Ma è vero quanto alla descrizione di qualche fotogramma, non quanto alla descrizione dell'intero film della vita. In breve, a me pare incompleto.

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 Oggetto del messaggio: Guarigione definitiva
MessaggioInviato: mercoledì 18 agosto 2010, 12:17 
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Iscritto: giovedì 5 marzo 2009, 14:40
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Bhe in questo caso si parlava di persone credenti. Penso che l'affermazione di Paolo "morire è guadagno.." non sia frutto di estremismo o il frutto di una fede irraggiungibile. Se Paolo ha affermato che morire è guadagno dovremmo giungere a questa consapevolezza anche noi. Io credo che Paolo considerasse la morte un guadagno per il semplice fatto che effettivamente lui fosse già morto, e "l'ultimo nemico" è quasi come se lo avesse già passato. Mi spiego meglio... Paolo non fece nient'altro che quello che tutti noi seguaci di Cristo dovremmo fare per essere suoi discepoli e vivere una vera vita cristiana. Ovvero noi siamo chiamati non a vivere ma a morire, se vogliamo vivere una piena vita cristiana di comunione con Cristo Gesù: "Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui".
Se noi prendiamo la nostra croce e moriamo al mondo per seguire Cristo noi praticamente siamo zombi che camminano. Infatti: "Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me..." Solo così penso che potremmo fare la stessa affermazione di Paolo. Ovviamente non tutti abbiamo ancora maturato queste verità, il sermone illustrato e le esperienze descritte dovrebbero credo spronarci però a realizzare questa realtà.


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 Oggetto del messaggio: Guarigione definitiva
MessaggioInviato: mercoledì 18 agosto 2010, 13:21 
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Iscritto: lunedì 6 ottobre 2008, 15:59
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Ora si sta iniziando a parlare di morte in senso lato... ma su si parlava di morte in senso fisico... e anche se si circoscrive ai soli credenti, per alcuni la morte è una condanna, per altri è una liberazione; per alcuni la vita è una condanna; per altri, è bella.
Il disprezzo della vita, inteso come desiderio di unirsi a Cristo, è cosa buona per il credente; ma per lo stesso credente, il disprezzo della vita, inteso come non accettazione della croce, della sofferenza, della volontà di Dio (suicidio, eutanasia), è male.
Rispetto a come è complessa, e a come è effettivamente la realtà, non si può essere assoluti.
La volontà di Dio, per qualcuno, può essere la morte; per altri la vita; fermo restando che la morte viene per tutti. E quando dico la vita, questa vita può essere serena, oppure piena di sofferenza fisica o spirituale. Allora li, l'unione con Cristo, non si ha nella morte; ma nella vita, nella sofferenza. Ecco cosa realmente intendeva san Paolo quando diceva: "Sia che viviamo, sia che moriamo lo facciamo per il Signore".
Non è importante vivere o morire. Dal testo invece, sembra sia importante solo morire. No. È importante fare quello che si deve, per il Signore: se vivere, vivere; se morire, morire.
La vita si può dare in due modi: facendola cessare... oppure consacrandola a qualcuno. È sempre dare la vita. E non so quale delle due sia più impegnativo.
Si può creare confusione, se si prende ad esempio, il disprezzo per la vita... si deve vedere nel caso specifico, cosa c'è realmente, dietro quel disprezzo della vita...
E per come è il mondo, non si deve essere per forza credenti, per disprezzare questa vita...

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 Oggetto del messaggio: Guarigione definitiva
MessaggioInviato: mercoledì 18 agosto 2010, 13:39 
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Iscritto: giovedì 5 marzo 2009, 14:40
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Bhe dai, a me non sembra che il messaggio del sermone sia quello di disprezzare la vita e ricercare la morte.
Wilkerson ha citato delle esperienze per dare un messaggio. A me sembra più una esortazione ad affrontare la morte fisica da veri cristiani. Ovvero abbandonare la disperazione che ci attanaglia quando un caro in Cristo viene a mancare. Effettivamente la morte fisica è una guarigione definitiva, questo a prescindere che qualcuno la consideri un male o un bene (ovviamene per chi è in Cristo).
L'unione con Cristo ovviamente non si ha solo nella morte. Anzi, Paolo per dire che morire era un guadagno voleva dire che aveva ben sperimentato cosa volesse dire avere comunione con Cristo se no non penso avrebbe preferito dipartirsi dal corpo per andare in cielo.
Proprio perché Paolo disse che "Sia che viviamo, sia che moriamo lo facciamo per il Signore", dovremmo rimetterci alla sua volontà e pensare che se ci ha chiamati ci ha chiamati a ricevere una completa liberazione e comunione con lui.
Certo, se guardiamo al breve periodo e ci focaliziamo solamente su questa vita terrena saremo preda di disperazione. Ma se la nostra ottica è rivolta al lungo periodo e a quello che ci spetta oltre questa vita dovremmo perlomeno affrontare con più serenita questo "ultimo nemico".


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