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 Oggetto del messaggio: Pellegrini e forestieri
MessaggioInviato: lunedì 25 ottobre 2010, 13:44 
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La figura dello straniero nella scrittura

Intervento del card. Martini al convegno "Integrazione e integralismi. La via del dialogo è possibile?"
Cesano Maderno, 19/01/2001

Ho accettato volentieri di partecipare a questo convegno sia per incontrare il decanato di Cesano Maderno sia per ascoltare Ilvo Diamanti parlare su un tema arduo, ma della massima importanza e che mi sta molto a cuore.

A me è stato chiesto di illustrare soprattutto la figura dello straniero nella Bibbia: quali radici bibliche, quali nostre radici spirituali, religiose e culturali ci permettono di andare oltre la paura e oltre l'emotività di fronte alla presenza degli stranieri?

La mia relazione prevede tre parti. Dapprima richiamerò brevemente i dati dell'Antico Testamento sulla figura dello straniero; in secondo luogo i princìpi teologici del Nuovo Testamento sull'accoglienza dello straniero; quindi accennerò alle difficoltà e alla gradualità di un cammino di integrazione. Infine vorrei ripropormi la domanda sull'evangelizzazione che è stata fatta all'inizio da chi ha presentato la serata: "nel confronto che siamo tenuti ad avere con le altre culture e religioni, quanto ancora abbiamo della forza evangelizzatrice dei primi cristiani?".

I - I dati della Bibbia sulla figura dello straniero

A modo di premessa va ricordato che Israele, il popolo ebraico vive in Palestina, a partire circa dal 1200 a.C., in un ambito geografico e geopolitico caratterizzato da molti spostamenti di popoli, da esodi e da migrazioni frequenti. La Palestina, infatti, è luogo di passaggio, come un corridoio tra l'Egitto e i grandi regni attorno all'Eufrate (Babilonia e Assiria), percorso continuamente da carovane ed eserciti stranieri. È quindi un luogo dove l'esperienza dello straniero è un fatto quotidiano; ciò spiega la rilevanza del nostro tema in particolare nella Bibbia ebraica, nel Primo Testamento. Del resto Israele stesso è un popolo che ha vissuto una lunga e dolorosa esperienza di migrazione e di esilio. Ha abitato da straniero in Egitto per 400 anni. Dopo la caduta di Gerusalemme (586 a.C.), molti israeliti furono deportati in Babilonia. Per tutti questi motivi Israele ha sviluppato una concezione varia e articolata del fenomeno dello straniero, espressa anche dal vocabolario. Sono almeno tre i termini fondamentali della Bibbia ebraica per indicare lo "straniero" o "forestiero". Tre termini nei quali si può leggere qualcosa dell'esperienza sofferta e dinamica di Israele e del cammino della rivelazione nel cuore di questo popolo (suggeriscono perciò, in qualche modo, anche a noi una dinamica, un cammino): lo straniero lontano -zar-, lo straniero di passaggio -nokri-, lo straniero residente o integrato -gher o toshav-.

1. La parola ebraica zar sta a significare lo straniero che abita fuori dei confini di Israele, colui che è del tutto estraneo al popolo. Verso questa figura si verifica un senso di timore, di estraneità, di paura e di inimicizia. La paura dello straniero ha quindi delle radici molto profonde nel cuore umano, e viene documentata dalla Scrittura. C'è anzi un gioco di parole nell'ebraico, che permette di confondere zar (straniero) con sar (il nemico da cui ci si deve difendere).Un gioco di parole che fa comprendere come Israele si sentisse un popolo piccolo e debole, circondato da popoli potenti che ne insidiano la sovranità. Da qui la paura e il senso di estraneità verso i popoli vicini aggressivi e prepotenti. Tra i tanti possibili testi, cito Isaia, là dove compiange le sofferenze della sua gente: "Il vostro paese è devastato, le vostre città arse dal fuoco. La vostra campagna, sotto i vostri occhi, la divorano gli stranieri" (1,7). È chiaro che "stranieri" vuol dire "nemici" temibili.

Questa considerazione praticamente negativa dei popoli stranieri si evolve verso toni più positivi specialmente dal momento dell'esilio in Babilonia (circa VI secolo a.C.), quando affiora la percezione che l'esilio non ha segnato la disfatta del Dio d'Israele, quasi fosse stato sconfitto da idoli, da dèi più potenti di cui si vantavano gli altri popoli. Al contrario l'esilio fa prendere maggiormente coscienza della elezione dei figli d'Israele, fa emergere quanto Dio ami il suo popolo e gli affidi una missione in mezzo alle genti straniere. Paradossalmente la sconfitta aiuta a percepire la missione verso gli stranieri.

Richiamo un brano di Isaia, che si riferisce al popolo in esilio: "Io ti ho formato e stabilito come luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri" (42,6). E, in 49,6: "Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la salvezza fino all'estremità della terra". Lo straniero allora non è più solo un nemico da temere, ma un popolo da illuminare, e la paura nei suoi confronti si riduce per fare posto a un senso di missione. Notiamo che una simile coscienza risuona anche nel Nuovo Testamento, per esempio nelle parole di Zaccaria al tempio: Gesù bambino è chiamato "luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele". Sono parole che riprendono verbalmente Isaia e segnano il superamento della paura dello straniero verso la coscienza di una missione nei suoi riguardi.

2. Il secondo termine, nokri, è usato per lo straniero di passaggio, l'avventizio, colui che si trova momentaneamente in mezzo al popolo per motivi di viaggio, di commercio (una sorta di "pendolare").

Verso il nokri ci sono alcune distinzioni che denotano ancora una lontananza, ma non più una paura. Un passo del Deuteronomio fa un elenco di animali puri e impuri, con le distinzioni legali, e dice tra l'altro: "Non mangerete alcuna bestia che sia morta di morte naturale; la darete al forestiero che risiede nelle tue città perché la mangi, o la venderai a qualche straniero, perché tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio" (14,21). Si mantiene una certa distanza verso gli avventizi e insieme si fanno delle concessioni. Comunque la regola di base è l'ospitalità, tipica della tradizione dell'Oriente, ospitalità che comporta rispetto e buona accoglienza. Chi di noi ha avuto occasione di andare presso le tende dei beduini, ai margini del deserto, conosce questa ospitalità, questa accoglienza gioiosa.

Cito in proposito l'esempio di Abramo, che accoglie tre angeli, a lui stranieri, non membri del suo popolo, si mette al loro servizio e prepara un lauto pasto: "Abramo sedeva all'ingresso della tenda, nell'ora più calda del giorno", quando si ha voglia di dormire, di abbandonarsi al sonno. "Alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero" (Gen 18,1-4). Fa quindi preparare focacce e un vitello tenero e buono. È una bella descrizione dell'accoglienza riservata agli stranieri di passaggio, agli ospiti.

3. Il terzo vocabolo è gher o toshav e viene impiegato per lo straniero residente, colui che essendo di origine straniera e non appartenendo perciò al popolo ebraico per nascita, risiede più a lungo o stabilmente in Israele. Questa figura gode di una vera protezione giuridica, come appare fin dai testi legislativi più antichi: "Non molesterai il forestiero né l'opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese di Egitto" (Es 22,20). È un testo da cui emerge una radice più profonda dell'accoglienza allo straniero: la ragione, il motivo del rispetto sta anche nell'esperienza di migrante vissuta e sofferta dal popolo eletto: il popolo è invitato a ricordarsi delle sofferenze passate. Proprio perché tu sei stato forestiero in terra altrui e hai visto quanto sia dura tale condizione, cerca di avere comprensione e misericordia verso coloro che fanno questa esperienza nel tuo paese.

Nel corso dei secoli, con la maturazione religiosa avvenuta nell'esilio -cioè nella purificazione e nella sofferenza- e anche con la evoluzione delle leggi e dei costumi, il gher sarà sempre più inserito nella comunità religiosa, come leggiamo in Dt 10,18-19: "Il Signore rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero". L'amore per il forestiero è visto quale imitazione di Dio stesso. Emerge un parallelo tra la concezione che il popolo ha di Dio e la concezione dello straniero. Se Dio ama i deboli -l'orfano, la vedova, lo straniero- noi pure dobbiamo amarli.


II - I princìpi teologici dell'accoglienza dello straniero nel Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento segna un passo ulteriore e decisivo nel rapporto con lo straniero. Il discorso sarebbe molto lungo e volendo riassumere in breve le motivazioni che nel Nuovo Testamento fondano il comportamento cristiano verso il forestiero, le esprimo così: una motivazione cristologica, una carismatica e una escatologica.

1. Il motivo cristologico è ricordato in Matteo 25, nella scena del giudizio finale, là dove Gesù proclama che chi accoglie il forestiero accoglie lui stesso: "ero forestiero e mi avete ospitato...Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Si dice dunque molto di più del testo del Deuteronomio (Dio ama il forestiero e tu devi imitarlo). L'accoglienza dello straniero non è una semplice opera buona, che verrà ripagata da Dio, bensi l'occasione per vivere un rapporto personale con Gesù.

Mi viene in mente Madre Teresa di Calcutta, che ha ripetuto infinite volte la parola "lo avete fatto a me", facendone il fulcro di tutta la sua missione. È certamente una parola chiave per il rapporto col prossimo e anche con lo straniero.

2. Il secondo motivo, che chiamo carismatico, sta nel primato della carità. "Aspirate ai carismi più grandi", insegna san Paolo in 1 Cor 12, 31 e, nel capitolo 13 dice che il carisma più grande è la carità. L'accoglienza dello straniero è una delle attuazioni dell'amore, amore che è la legge fondamentale del cristiano. "Ama il prossimo tuo come te stesso", risponde Gesù a chi gli chiede qual è il primo dei comandamenti (cf Mc 12,31); e in Mt 7,12 Gesù riassume la Legge e i Profeti nella cosiddetta regola d'oro: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro". La carità, dono superiore a ogni altro, si esercita verso tutti, quindi pure verso lo straniero, come sottolinea la parabola del buon samaritano. Costui, considerato straniero dal popolo ebraico, non ha esitato a soccorrere un ebreo ferito che si trovava sul ciglio della strada; ha superato le barriere razziali e religiose, "si è fatto prossimo" (cf Lc 10,36), ha vissuto il carisma della carità.

3. Il terzo motivo che emerge da alcuni passi del Nuovo Testamento è di carattere escatologico, concerne le cose ultime, la destinazione dell'uomo alla vita eterna. In tale visuale, tutti i credenti in Cristo sono pellegrini e stranieri in questo mondo: "Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura"(Eb 13,14; cf Eb 11,10-16).

Dunque, come il ricordo di essere stati migranti e forestieri in Egitto, costituiva per gli Israeliti un invito all'ospitalità verso gli stranieri, ad avere compassione e solidarietà per coloro che partecipavano alla medesima sorte, così i cristiani, sentendosi pellegrini in questa terra, sono invitati a comprendere le sofferenze e i bisogni di quanti sono stranieri e pellegrini rispetto alla patria terrena. Un cristiano dei primi secoli descriveva lo stato di "pellegrino" proprio del cristiano in un modo molto bello: "I cristiani abitano la propria patria, partecipano a tutto come dei cittadini, e però tutto sopportano come stranieri. Ogni terra straniera è la loro patria e ogni patria è terra straniera" (Lettera a Diogneto). E non perché i cristiani si disinteressano della città terrena, bensi perché sanno di essere in cammino verso quella città che Dio stesso ci sta preparando.

Davvero la Bibbia ci pone davanti a un grande messaggio che sentiamo tanto lontano dai nostri comportamenti, dalle nostre capacità. Ci fa comprendere che la morte di Gesù in croce abbatte ogni frontiera e ci fa membri di un'umanità che trova la sua unità in Cristo. E lo Spirito del Risorto suscita in ogni credente il carisma della accoglienza. Dobbiamo sentire che, sospinti da questa forza, noi possiamo aprirci alla scoperta di Cristo nello straniero che bussa alla nostra porta. Abbiamo tanti motivi, umani e civili, per accogliere lo straniero, motivi a cui forse pensiamo poco e che sono certamente molto esigenti e radicali.


III - Le difficoltà e la gradualità di un cammino di integrazione

Vogliamo allora chiederci: in quale contesto ci raggiunge il messaggio biblico? quali reazioni e quali resistenze suscita in noi?
A me sembra infatti che la questione degli stranieri oggi -in Italia e in Europa- non sia soltanto delicata e difficile, ma pure un segno dei tempi e anche un segno di contraddizione.

L'atteggiamento più o meno ospitale degli europei, in particolare dei cristiani, nei confronti degli stranieri acquista, per le scelte globali che implica, una rilevanza speciale e costituisce probabilmente un tornante decisivo per la nostra cultura e la nostra storia.

Le cifre e le tendenze sono state già indicate dalla relazione di Ilvo Diamanti, e mi limito quindi ad alcune riflessioni di carattere generale.

Riguardo alla situazione, la presenza degli stranieri tra noi, pur con tutti i progressi compiuti, non è ancora ben assimilata e nemmeno ben tollerata. Vi sono delle reazioni negative comprensibili, dovute a momenti particolarmente drammatici: per esempio, quando gli stranieri commettono dei reati. In questi casi l'orrore e il rifiuto sono giustificabili, come pure la domanda di legalità e di difesa dell'ordine pubblico è più che legittima.

Ma, al di là di tali circostanze, permane nella gente un timore e una diffidenza verso gli stranieri.

Riguardo allo scenario di fondo, siamo di fronte a un nuovo, grande processo di rimescolamento delle genti, per una serie di fattori che conosciamo. L'Europa e il Nord America vivono un'epoca di benessere e di democrazia tra i più alti della storia. Di conseguenza, il sud del mondo, povero e spesso sottosviluppato, preme verso il nord del mondo. L'ideale sarebbe lo sviluppo di questi paesi nelle loro terre, in modo che ogni persona trovi cibo, lavoro e libertà a casa propria. A livello internazionale occorre certamente puntare sullo sviluppo e la promozione del sud. Non è però una soluzione attuabile a breve termine, per motivi sia politici sia socio-economici, motivi che in questa sede non è possibile approfondire.

Quali sono dunque gli sviluppi prevedibili della situazione attuale, in particolare per gli stranieri extracomunitari che fanno più fatica a essere integrati? In proposito si è parlato molto negli ultimi mesi dell'Islam e delle probabilità maggiori o minori che ha di integrarsi con la nostra cultura e le nostre tradizioni. A mio avviso siamo di fronte a tre ipotesi possibili: secolarizzazione, integralismo, integrazione.

* C'è l'ipotesi di una secolarizzazione o omogenizzazione dei nuovi venuti che accettano la modernità europea, con il suo scetticismo, il suo individualismo, il suo indifferentismo, e abbandonano a poco a poco le tradizioni d'origine mescolandosi con l'ambiente circostante.

* L'ipotesi contraria è quella del costituirsi di ghetti, di luoghi di chiusura e di resistenza, in cui si conservino rigidamente le tradizioni e la coscienza della propria estraneità, magari con la prospettiva ''medicale", di una conquista graduale del territorio, grazie soprattutto alla crescita della natalità.

* Una terza ipotesi possibile è quella di una integrazione graduale e progressiva, nel rispetto dell'identità e nel quadro della legalità e della cultura del paese ospitante.

Non sappiamo quale di queste prospettive si realizzerà, e molto dipende anche da noi. Mi pare tuttavia che la terza ipotesi -integrazione graduale e progressiva, nel rispetto dell'identità e nel quadro della legalità e della cultura del paese ospitante- sia l'unica accettabile. È una prospettiva ardua, per la quale occorre operare non solo nel quadro del superamento delle paure, non solo nel quadro della legalità, ma con una pedagogia che insista specialmente sui bambini e sui ragazzi, figli degli immigrati, dal momento che sono più facilmente adattabili alle situazioni nelle quali vivono. Per loro è un bene potersi integrare con serenità nell'ambiente dove imparano ogni giorno a vivere. Non chiediamo, naturalmente, che rinuncino ai tratti civili e morali che li caratterizzano, purché siano rispettosi della cultura del paese ospitante. Chiediamo dunque, anzi esigiamo il rispetto delle leggi proprie del paese.


IV - La domanda più specificamente religiosa

Rimane la domanda più specificamente religiosa che è stata posta all'inizio del nostro incontro, la domanda sul mandato di Gesù: "Andate e predicate il Vangelo".

Nel confronto che siamo tenuti ad avere con le altre religioni e culture, quanto c'è ancora della forza evangelizzatrice che avevano i primi cristiani?

La risposta va articolata. Vi sono, infatti, gli immigrati cristiani (circa la metà), in parte cattolici e in parte ortodossi, che stanno già portando un'iniezione di vitalità e di generosità nelle nostre parrocchie e nei loro luoghi di culto; basta partecipare ad alcune delle loro feste per rendersene conto. Ogni anno sono invitato al Natale dei copti ortodossi originari dell'Egitto, presenti in gran numero a Milano: la sera del 6 Gennaio celebrano il Natale ed è impressionante vedere quanti giovani, donne, uomini, bambini pregano intensamente. Aggiungo, tra l'altro, che, pur essendo ortodossi, mi accolgono alla porta della chiesa con inchini e danze per condurmi poi all'altare maggiore dove il vescovo presidente mi rivolge un saluto con espressioni piene di affetto. È una realtà immigrata che ci aiuta attraverso una forte testimonianza cristiana.

Penso inoltre ad alcune celebrazioni vissute con la comunità filippina, molto fervente, profondamente cattolica, e a celebrazioni solennissime di comunità latino-americane, come i peruviani.

La domanda sull'evangelizzazione non riguarda quindi lo straniero in genere, bensi i non cristiani, in maniera speciale l'Islam. E al riguardo rispondo ricordando anzitutto la parola di san Paolo: ''Guai a me se non evangelizzo" (1 Cor 9,16). Il cristiano è sempre tenuto a testimoniare la sua fede ovunque e a chiunque, tenendo ovviamente conto della diversità delle situazioni e della molteplicità degli approcci. Bisogna per questo evangelizzare col Vangelo della carità, dell'accoglienza e anche col Vangelo della pazienza. È la prima testimonianza che rende presente il Dio che amiamo.

C'è poi l'evangelizzazione fatta col Vangelo della vita, vivendo l'onestà, la sincerità, la trasparenza nei rapporti di lavoro, l'accoglienza e la mutua fiducia.

Infine, il Vangelo della parola, che può essere particolarmente arduo da annunciare in certe circostanze. Sarà necessario cominciare togliendo i pregiudizi, chiarendo le idee sbagliate, crescendo nella conoscenza reciproca. Non dobbiamo però mai tralasciare di proporre la verità, in cui crediamo e che amiamo, nella maniera più adeguata alle singole situazioni, cioè nei tempi e nei modi opportuni.
Conclusione

Concludo riferendomi al racconto di Luca dei dieci lebbrosi guariti da Gesù, di cui soltanto uno, lo straniero, ritorna a ringraziarlo; e Gesù, stupito e amareggiato, domanda: "Non sono forse stati guariti tutti e dieci? Dove sono gli altri nove? Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?'' (17, 17-18). Noi ci troviamo più volte tra i nove che non sanno ringraziare, non sanno apprezzare il dono della fede perché lo ritengono quasi ovvio e scontato, e che hanno dunque perso qualcosa della forza evangelizzatrice dei primi cristiani.

La presenza crescente di stranieri nel nostro paese è davvero un'occasione provvidenziale per noi di ritornare indietro da Gesù, di guardare alla nostra origine, al nostro battesimo, al dono della fede. Se ci lasceremo invadere dalla gratitudine per tanto dono e lo vedremo bello ed entusiasmante per noi stessi, sarà più facile farlo comprendere e trasmetterlo ad altri.

Mi auguro che questo sia anche il frutto del vostro lavoro.


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 Oggetto del messaggio: Pellegrini e forestieri
MessaggioInviato: lunedì 25 ottobre 2010, 13:55 
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Pellegrini e Forestieri, ieri e oggi *

S.E. mons. Francesco Gioia
Segretario del Pontificio Consiglio

1. Concetto di pellegrinaggio

Il termine “pellegrinaggio” etimologicamente deriva dal latino peregrinare, ossia ire per agros: spostarsi di villaggio in villaggio attraverso i campi e non lungo le viae che in genere sono supportate da un minimo di attrezzatura di carrozze e di stationes per il vitto e l’alloggio.
“Andare per i campi” evoca l’idea del disagio, sotto il sole o la pioggia, senza sapere cosa magiare e dove dormire. Quindi, già nel termine “pellegrinaggio” è racchiusa l’esigenza della penitenza per purificarsi dai propri peccati.
Il peregrinus era un viandante che attraverso i campi si recava a un luogo sacro, ove Dio si è manifestato con un evento prodigioso, la cui memoria è viva.
Dal momento in cui parte e fino al momento del ritorno, il pellegrino fa l’esperienza dello xenos, vive l’esperienza della xenìteia. Pellegrino è lo straniero alla ricerca del sacro che è ben distinto dal semplice forestiero che ha interessi turistici o economici, e che assai spesso ha bisogno di protezione.

2. Il pellegrinaggio nelle epoche remote

I pellegrini sono esistiti in epoche remote. I menhir e i dolmen erano monumenti del sacro, dove si svolgevano riti frequentati da popolazioni più o meno lontane. Nel Sahara sono rimaste testimonianze graffite di santuari, che dovevano essere frequentati dalle popolazioni che vivevano in quelle regioni allora non ancora desertiche, ma terre verdeggianti. Come si vede, si risale molto indietro nel tempo. Anzi, pare esistano buone ragioni per attribuire la prassi dei pellegrinaggi anche all’Homo Sapiens o addirittura al Sinantropo, vissuto trecentomila anni fa, che nelle vicinanze di Pechino ha lasciato una moltitudine di crani sul vertice di una piccola collina.
Documentata è l’esistenza degli antichi pellegrinaggi nel subcontinente indiano: si pensi, ad esempio, a Benares per l’induismo e a Kandy per il buddismo.



3. Il pellegrinaggio presso gli Ebrei


Nel mondo ebraico si presenta immediatamente il pellegrinaggio di Abramo, in cui entrano elementi così specifici che lo rendono in un certo senso atipico, cioè unico. Uscito per ordine di Dioda Ur dei Caldei verso il 1880 a. C., il patriarca si mise in cammino (Cf Genesi 12,1) “senza sapere dove andava”, commenta l’autore della lettera agli Ebrei (Eb 11,8), in attesa di conoscere il paese che Dio gli avrebbe indicato (Cf Gen 12,5). Comunemente il “sacro” verso il quale il pellegrino si muove, preesiste in un luogo da raggiungere e di cui egli ne conosce almeno l’esistenza. Non così per Abramo. Egli si fida della promessa che Dio gli ha fatto più volte nelle grandi notti stellate di oriente: sarebbe divenuto padre di una moltitudine di gente (Cf Gen 15,5;22,17).
Evidentemente, in quella Terra che Dio avrebbe un giorno dato ai discendenti del patriarca, il sacro si sarebbe aperto in un sacro immenso come il cielo. Del resto, non è sempre - un santuario - un simbolo che rinvia a quel sacro? L’atipicità del pellegrinaggio di Abramo nasce proprio dal fatto che svela il “simbolismo” costitutivo di ogni pellegrinaggio.
Invece, per i figli di Abramo, diventati popolo, il pellegrinaggio in senso tecnico – distinto dal fenomeno migratorio vissuto nel lento avvicinarsi alla Palestina – nasce dopo aver conquistato la Terra Promessa e diventa una rivisitazione di quella epopea. Samuele ogni anno sale con i genitori (l’usanza era quindi stabilizzata!) a visitare l’Arca in Silo (Cf 1 Sam 1,3). Da questa località la meta si sposterà a Gerusalemme, quando vi sarà trasportata l’Arca (Cf 1 Cr 15, 1-3). Seguendo quella lunghissima tradizione, Maria e Giuseppe vi saliranno insieme a Gesù (Cf Lc 2,41.52). Originariamente la Legge prescriveva quel pellegrinaggio tre volte l’anno (Cf Dt 16,16), ma in seguito divenne prassi annuale. La gente vi saliva per vedere il volto di Dio (Cf Sal 42,3).
Nei due secoli che precedono Davide e l’organizzazione del Regno, gli ebrei imitano le feste agrarie che le popolazioni conquistate osservano, mescolandovi memorie della propria storia. Nasce così la tradizione delle tre feste più importanti: quella degli Azzimi, in ricordo dell’uscita dall’Egitto (nel mese di Abib, “perché in esso sei uscito dall’Egitto”, Cf Es 23,15); la seconda festa è quella delle “settimane”, alla mietitura del grano; la terza quella delle “Capanne”, che durava otto giorni, durante i quali il popolo si trasferiva in capanne, facendo memoria dei lunghi anni dell’emigrazione dei padri attraverso il deserto, sotto le tende, senza fissa dimora (Cf Es 23, 14-19). Prima della rigorosa centralizzazione monarchica, le singole tribù ricuperarono con i loro pellegrinaggi le memorie abramiche, come Sichem, dove sorgeva il querceto di Mambre, dove Dio fece la promessa al Patriarca (Cf Gen 12, 6-7) e dove Abramo comprò dagli Ittiti il primo frammento della futura Terra Santa (Cf Gen 23, 1-20); o come Silo e Betel, dove Abramo aveva eretto il primo altare con le pietre del luogo e aveva invocato il nome di Dio (Cf Gen 12,8), qui anche Giacobbe eresse un altare perché proprio in questo luogo gli era apparso Dio (Cf Gen 28,10-19; 35,1-15).
Dall’analisi del pellegrinaggio nella storia degli ebrei emerge chiara la distinzione tra la condizione di straniero e quella di pellegrino. Stranieri erano gli Ebrei, fin dai tempi di Abramo e poi di Mosé (come lo saranno in seguito nelle fasi della deportazione in Babilonia e della grande Diaspora) quando, come altri popoli, erano costretti a muoversi e spostarsi non alla ricerca del sacro, ma di una sopravvivenza o di una migliore condizione di vita. Pellegrini, invece, erano quando si muovevano per salire ai luoghi custodi della memoria della manifestazione del sacro.
La peculiarità del pellegrinaggio ebraico, che serve da modello a quello cristiano, è quella di essere un fatto “comunitario”, “corale”: il pellegrino non è la persona che accede ai luoghi sacri per interpellare le divinità sull'esito delle proprie vicende strettamente personali, sia pure comuni a suoi compagni di viaggio, ma per celebrare ricorrenze collettive. Ciò non significa che i singoli non potessero esprimere problemi personali, come la madre di Samuele che chiese la grazia di avere un figlio (Cf 1 Sam 1,3-18), ma tali problemi erano coniugati con la coralità del pellegrinaggio. Le ricorrenze stabilite da tradizioni e leggi dei pellegrinaggi erano occasioni e modalità di aggregazione etnica, corroborata da una fortissima componente religiosa monoteistica che differenziava l’ebreo da qualsiasi altro essere umano, e dava ai singoli un senso di appartenenza che difficilmente altri individui potevano avere.
Infine, per gli ebrei, che si muovevano solo in un contesto fortemente religioso, il pellegrinaggio aveva una connotazione unicamente interna alla propria comunità; per questo, il pellegrino ebreo non poteva sperimentare il fatto di sentirsi in paese straniero o di essere a contatto con popoli che non credono nel suo Dio; in una parola, egli perde il senso dello straniero o dell’infedele cui testimoniare la sua fede.


4. Il pellegrinaggio nell’antica Grecia

Se dal pellegrinaggio ebraico passiamo al pellegrinaggio di altri popoli, è chiaro che manca l’aggancio al presupposto della “Salvezza universale”, all’inizio solo implicito, ma progressivamente sempre più chiaro fino all’Annuncio Gioioso (la Buona Novella) del Cristianesimo.
Anche nel mondo non ebraico e precristiano esistevano i luoghi del sacro ed erano frequentati: si pensi a Dodona, di cui parla Omero, a Delfi, sacro ad Apollo e Diòniso, a Cuma con la Sibilla che emetteva oracoli in nome di Apollo. Ai grandi santuari affluivano persone facoltose e colte anche da paesi lontani, attratte dal pensiero che il sacro contenesse il mistero del futuro e il potere di sconfiggere il male.
L’esperienza di essere pellegrino facilmente si coniugava con l’esperienza di essere forestiero. L’elemento di convergenza era il senso di precarietà davanti al male e al futuro con i suoi enigmi. Era una precarietà che la nostra cultura può anche chiamare creaturalità: ma una volta raggiunta la creaturalità come fondamento dell’esistenza umana, si arriva – solo esplicando il termine – al concetto del Creatore che del futuro e del male è il padrone e al quale ci si può rivolgere. Invece, gli antichi pellegrini che cosa cercavano e a chi si rivolgevano?
Pezzo forte del santuario era l’oracolo: la parola pronunciata che doveva svelare e guarire. Non viene comunemente messo in rilievo che nel santuario, oltre all’oracolo, si faceva anche l’esperienza del sacro; infatti, accanto al cuore del sacro (per esempio l’antro della Sibilla) esistevano spazi in cui il pellegrino poteva sostare, fare l’esperienza viva dell’immersione del sacro per un certo periodo di tempo, a volte anche prolungato.
L’archeologia rivela che tutte le località popolate ostentano i luoghi del sacro. E perciò dovevano esistere forme di pellegrinaggio. La toponomastica in Italia è punteggiata di località arcaiche, in cui è presente la radice phan (= rivelare) a indicare che in quel luogo c’è stata una rivelazione del sacro e perciò un santuario (si pensi a Fano, Fano Adriano, Sacrofano, ecc.).
La “coralità” ebraica derivante dall’appartenenza a una fede comune, tra i pellegrini, non c’è, o almeno non è evidente. La liberazione dall’incertezza e dalla precarietà è un fatto comune, ma non spinge alla solidarietà. Tuttavia, la comunanza di incontri ha dato luogo a manifestazioni aggreganti importanti, come è accaduto, per esempio, a Delfi, dove si celebravano ogni quattro anni i giochi delfici, aperti a tutti i greci, risuscitati dalle nostre moderne Olimpiadi.


5. Il pellegrinaggio cristiano

L’uomo primitivo è partito da una vita che si svolgeva in gruppi chiusi, di natura difensiva, dai quali l’altro che stava fuori era l’hostis-hostilis. Progressivamente lo stesso uomo ha sentito l’altro, fuori del gruppo di sicurezza, come l’hostis-hospes e gli ha riservato l’accoglienza (un’accoglienza purtroppo, non garantita a tutti, perché alcuni sono stati ridotti in schiavitù!). Finalmente, l’uomo che viveva nella sicurezza che gli garantiva l’appartenenza a un gruppo vide nello straniero un altro uomo, un suo simile, aiutato in questo processo anche dall’immagine dell’Altro, di Dio, che ogni altro porta in sé: immagine che ce lo rende fratello.
L’evento cristiano ha introdotto un elemento sconosciuto alla cultura ebraica: l’agape, l’amore, che unifica e pone sullo stesso piano il forestiero e il pellegrino. Si pensi alla testimonianza di Giovanni Crisostomo relativa alla Chiesa di Costantinopoli, che accoglieva in apposite strutture ben sette categorie di bisognosi: i forestieri, i malati, gli invalidi, gli orfani, gli anziani, i poveri, tutte le persone in genere.
Gerusalemme non avrebbe mai potuto “cancellare” lo straniero e metterlo alla pari dei figli di Abramo. Basti pensare a quello che accadeva anche in una fase di grande maturazione umana e sociale degli ebrei diffusisì nello spazio dell’ellenismo e della romanità. Ebrei di Palestina ed Ebrei della diaspora, anzi un’infinità di “simpatizzanti” partecipavano alle grandi feste ebraiche. Gli specialisti d’archeologia hanno calcolato che il tempio con le varie strutture connesse, potesse contenere fino a 180.000 persone. Secondo una stima credibile i pellegrini che salivano a Gerusalemme per la Pasqua arrivavano in media a 125.000, circa il doppio della normale popolazione di Gerusalemme nel I secolo d.C. Alcuni testimoni, stupiti dalle enormi folle che vi accorrevano, hanno fornito delle cifre certamente esagerate, ma significative: Tacito parla di 600.000 pellegrini, Giuseppe Ebreo di 2.700.000 e il Talmud di ben 12.000.000.
La distinzione tra Ebrei e stranieri, proseliti o semplici curiosi, è sempre stata tenuta, rigorosamente. Invece, dopo l’evento cristiano tutti sono uguali nella nuova sinagoga o chiesa: questo non solo nei territori dell’Impero di Oriente, ma anche nell’Europa in cui erano dilagati tanti barbari. Il termine forestiero non ha più senso. Il paroikòs, cioè lo straniero, per il quale l’Impero precristiano aveva mutuato dall’urbanistica greca i quartieri riservati – paroikìai – diventa, senza distinzione alcuna, membro della comunità cristiana detta in tardo latino paroecia.
Il termine classico relativo all’esperienza dello straniero, detto in antico xenìteia diventa la agape. I cristiani che muovono da lontano sono peregrini, fratelli che camminano per agros, non forestieri nel senso di estranei, semmai forestieri nel senso di ospiti. Infatti, le abbazie, le cattedrali, le parrocchie e i conventi erigeranno delle domus hospitales, cioè delle case per i pellegrini, che sono hostes/hospites e non hostes/hostiles da cui difendersi! Le grandi lettere H assunte dalla segnaletica di tutto il mondo derivano dalla radice Hospes per indicare l’albergo (Hôtel) e l’ospedale (Hôpital).
Per tutto il medioevo ai pellegrini viene assicurata l’accoglienza. Infatti, per seicento anni si recheranno a fare l’esperienza del sacro là dove il figlio di Dio si è fatto uomo, l’evento chiave che ha dato senso a una cultura: a Nazaret, a Betlemme, al Calvario, al Sepolcro di Gerusalemme. Vedere con i propri occhi i luoghi dove Gesù aveva camminato e parlato e operato i miracoli, era la forma più forte di conoscere Gesù per uomini quasi tutti illetterati e perciò sprovvisti di altri mezzi di verifica della propria fede.


6. Il pellegrinaggio nell’età moderna

Il pellegrinaggio nell’età moderna si distacca dall’obiettivo della Terra Santa che per oltre mezzo millennio era stato quasi esclusivo. Esauriti i tentativi delle crociate, il mondo cristiano ripiega su altri obiettivi. Tanto più che il trascorrere dei secoli e il fiorire di testimonianze vive altrove in Europa e poi anche fuori offre altre mete all’esperienza del sacro.
Molto presto, Roma con le memorie dei suoi martiri e con la presenza del successore di Pietro, e Compostela con le reliquie dell’apostolo Giacomo fanno “concorrenza”, per così dire, a Gerusalemme. Successivamente Mont-Saint-Michel in Bretagna e il San Michele del Gargano si offrono come mete ai due poli estremi dell’Europa. Anche Altötting nel cuore della Germania conserva un santuario meta di pellegrinaggi fin dall’anno 700 circa. In Italia i pellegrini salgono al colle di Loreto per venerare la Casa della Madonna.
Il sacro conteneva ormai per la cultura del continente Europeo il senso dell’esistenza e i pellegrini ne erano i testimoni. Con comprensibile orgoglio al loro ritorno ne ostentavano per tutta la vita le decorazioni – la palma, per chi era stato a Gerusalemme, la conchiglia, per chi era stato a Compostela – pronti a rendere testimonianza a quanti li interpellavano sulla loro xenìteia rielaborata nel calore dell’agape cristiana: Sigerico ci ha lasciato un diario tappa per tappa da Canterbury, annottando quello che ha visto in 79 submansiones, nel corso dei lunghi mesi di cammino tra popolazioni che non sentiva straniere, e dalle quali non era percepito come straniero, ma come un fortunato fratello di fede. Nel 1154 l’abate Nikulas di Munkathvera, in Islanda, partiva per un analogo pellegrinaggio, di cui rimane la memoria, prima fino a Roma e poi fino a Gerusalemme.
Un fiume ininterrotto di pellegrini per secoli percorsero l’Europa, si incontrarono e si riconobbero fratelli – non stranieri, anche se provenienti da regioni diversissime – e vissero i pellegrinaggi come esperienze di Chiesa, di comunità di credenti.
A Novacella, appena passato il Brennero, esiste ancora un immenso monastero costruito non per i monaci, ma per i pellegrini che dal cuore della Germania, fino al Baltico, scendevano verso Roma e alle soglie del clima mediterraneo sostavano, venivano curati, rifocillati prima di affrontare l’ultima tappa. La Bassa Padana disponeva di monasteri, dove altri pellegrini in viaggio, rimasti ammalati o senza denaro, venivano ospitati per la stagione dei raccolti in modo che potessero risanare il loro corpo e le loro finanze, prima di riprendere il cammino verso la meta ormai vicina. La tradizione dei prodotti alimentari – come il formaggio grana - risale a iniziative che i monaci di Nonantola e della regione di Modena, Reggio o Piacenza coltivarono per secoli a favore e con la collaborazione dei pellegrini.
Sono solo alcuni accenni che suffragano quanto ha detto il Goethe, cioè che l’Europa è nata dai pellegrinaggi. Per secoli gli uomini del nostro continente si sentirono ospiti, fratelli di fede (non stranieri!) anche se non riuscivano a dialogare sempre attraverso le parole ma piuttosto attraverso la stessa speranza. Si pensi che S. Bruno fece l’abate alla Grande Chartreuse, presso Grenoble, e poi in Calabria, dove morì, in comunità composte di fratelli appartenenti alle più disparate regioni d’Europa. L’Europa era la Terra cui tutti coloro che vi abitavano si sentivano reciprocamente di appartenere.
I pellegrinaggi medievali sono stati una formidabile esperienza di chiesa: una maniera itinerante di fare chiesa, di fare esperienza del sacro, anche se nonostante tutto, l’uomo medievale è stato spesso un grande peccatore (però aveva la coscienza del peccato!). La chiesa itinerante, come quella sedentaria, non è una élite di uomini perfetti.
I luoghi che furono teatro delle grandi esperienze mistiche di Benedetto da Norcia, di Brunone della Certosa, di Francesco d’Assisi, di sant'Ignazio di Loyola, di san Patrizio in Irlanda e altri luoghi del sacro come il santuario di Czestochowa (Polonia) o il santuario di Mariapocs (Ungheria), diventano mete di una cultura che si fraziona su basi regionali. Si adeguano così alle sensibilità regionali, che preludono ai meccanismi degli imminenti Stati Nazionali e ad un sorprendente fiorire in Europa di identità etniche, linguistiche, dinastiche, tanto che in tempi più recenti ogni nazione coltiverà l’orgoglio di un santuario nazionale principale, cui faranno corona altri santuari regionali. Un modello che dall’Europa viene esportato anche fuori: l’America Latina avrà il santuario di Guadalupe (Messico), di Nossa Senhora Aparecida (Brasile), gli Stati Uniti il National Shrine of the Immaculate Conception, le Filippine il Santo Niño, la Costa d’Avorio Nostra Signora dell’Africa.
Sotteso a questo fiorire di santuari per pellegrini è il concetto della religiosità popolare come forma di religiosità destinata alla quotidianità di un popolo cristiano che non svolge più rispetto all’umanità intera la funzione di leader, che aveva svolto quando sostituì alla cultura ellenistico-romana la grande cultura tardo romano-medievale.
Forse nei meccanismi del popolo cristiano all’uscita del medioevo è da vedere una carica consolatoria o quanto meno conservatrice. Le grandi filosofie rinascimentali tagliano il filo che agganciava l’esistenza umana alla trascendenza filosofico-teologica del medioevo. Avviluppato nella sua ragnatela che lo imprigiona, l’uomo moderno ha rifiutato di dare una risposta ai problemi che trascendono la temporalità e la precarietà, categorie esplorabili con la scienza.
Bisogna rendersi conto che al pellegrino medievale era sottesa la verifica del disegno di Dio, rivelato ad Abramo. Anche i pellegrinaggi dei popoli estranei alla cultura ebraica cercavano nell’esperienza del sacro una consolazione alla precarietà esistenziale e all’incertezza del futuro cui approda l’esistenza dell’uomo. Il colpo d’ala che lancia la storia dell’uomo in direzione trascendente è nato con l’evento cristiano dell’Incarnazione, la cui elaborazione ha prodotto i grandi sistemi speculativi, in libera collaborazione con la filosofia greca e islamica. Sono nate così l’unità sociale dell’Europa, nonostante le molte componenti etniche utilizzate, le forme di socialità che sono state l’Impero e i comuni, le costruzioni artistiche degli stili architettonici, le liturgie monastiche e mille altre cose di chiara marca trascendente derivante dal fatto che quell’umanità aveva colto e fatto proprio il senso dell’essere nel mondo con destinazione ultraterrena.
L’uomo del rinascimento ha reciso quel filo che scendeva dell’alto e sosteneva la nostra ragnatela terrena, senza domandarsi dove immettesse. Così, prigioniero dell’imminenza, l’uomo ha cercato di crearsi minuscoli sacche di sopravvivenza nella sfera individuale e sociale.
I pellegrini dei secoli successivi all’evento dell’Incarnazione, si muovevano per agros, incontrando degli uomini con i quali comunicavano con la parola, con la testimonianza, discutendo i problemi della loro vita. Quei pellegrini non avevano bisogno di libri, perché per loro sulle pareti delle cattedrali veniva dipinta la Bibbia pauperum.
I pellegrini irrobustivano la carica di fede che portavano in sé nell’esperienza vissuta nei luoghi sacri e la comunicavano alle persone che incontravano o presso le quali riposavano una notte e mangiavano il pane dell’ospitalità. L’Europa come cristianità è nata da processi del genere. Le elaborazioni teologiche e le stesse omelie seguivano e interpretavano una vita carica di fermenti, anche se a volte anche commista a peccati.
Oggi è entrata in crisi la chiave di lettura della vita e dell’esistenza. Il pellegrinaggio ha perduto così la carica evangelizzatrice e si avvicina piuttosto a quello che era stato il pellegrinaggio dei pagani, i quali andavano ai santuari per trovarvi la risposta alle loro insicurezze, il rimedio alle loro sofferenze. Gli ex voto nei nostri santuari dicono che cosa alcuni pellegrini chiedevano: salute e benessere fisico, qualcosa di ben diverso dalla testimonianza che gli epici romei ostentavano con orgoglio di credenti in Cristo, di messaggeri del trascendente.
Il pellegrinaggio oggi è scaduto in un rito, a differenza dell’esperienza di vita che era stato una volta. I pellegrini spesso sono membri di un’organizzazione cattolica, ma raramente hanno la consapevolezza di essere un popolo in cammino, portatore di una proposta di vita, che per trovare credito deve possedere la forza di una testimonianza.
Vi è anche il rischio che il pellegrinaggio oggi sia una semplice forma di turismo, “un turismo religioso”. Il turista non ha quasi mai il contatto diretto con gli abitanti del paese ospitante; le organizzazioni turistiche adottano tutte le precauzioni per nascondere quello che può disgustarlo, perché egli è solo una persona che si sposta per divertirsi. Anche il pellegrino può essere soltanto un semplice turista: può arrivare in aereo o in treno, avere a disposizione vitto e alloggio, seguire con precisi orari le sue pratiche religiose, “corrette” magari con qualche divertimento, e può tornarsene a casa con l’indulgenza!
Siamo molto lontani dall’icona dell’anonimo pellegrino russo, che così si definiva: “Per grazia di Dio sono un uomo e cristiano, per le mie azioni grande peccatore, per condizione un pellegrino senza tetto della più umile specie, che va errando di luogo in luogo. I miei averi sono un sacco sulle spalle con un po’ di pane secco e una sacra Bibbia che porto sotto la camicia. Altro non ho”.
Un tentativo di mettere a fuoco il significato autentico del pellegrinaggio è stato fatto dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti con la pubblicazione del documento Il pellegrinaggio nel Grande Giubileo del 2000, pubblicato il 25 Aprile del 1998.
Il Grande Giubileo del 2000 è stata un’occasione quanto mai opportuna per vivere il pellegrinaggio secondo la sua natura. Soprattutto il Giubileo dei giovani si è svolto in situazioni nuove: da una parte, è stato presente l’obiettivo dell’esperienza del sacro (basti pensare alle confessioni al Circo Massimo, alla Via Crucis, al passaggio alla Porta santa); dall’altra parte, è stata vivissima l’esperienza di “atto ecclesiale” - comunitario, corale – (si pensi all’ospitalità che le parrocchie hanno offerto ad alcuni giovani, alla condivisione del vitto e dell’alloggio sotto il cielo vissuta da altri e al rapporto da persona a persona instauratosi tra tutti i partecipanti).
L’uomo del nostro tempo, che vive nel “villaggio globale”, non può evitare d’imbattersi nel mistero del dolore, della precarietà e della morte; egli non può reggere a lungo l’insignificanza che caratterizza i suoi giorni: ha bisogno della mediazione del sacro per dare un significato alla sua esistenza.
Il pellegrinaggio gli rivela la sua dimensione di homo viator, “straniero e pellegrino” (1 Pt 2,11) su questa terra, senza “una dimora stabile, ma in cerca di quella futura” (Eb 13,14), ove nessuno “è più stra­niero, né ospite, ma tutti saremo concittadini dei santi e fami­liari di Dio” (Ef 2,19). Ricevuta “la cittadinanza che è nei cieli” (Fil 3,20), abbandoneremo l’abito da viaggio e il bastone del pellegrino “per essere sempre con il Signore” (1 Ts 4,17)


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