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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: La correzione fraterna secondo san Tommaso
MessaggioInviato: domenica 21 novembre 2010, 7:44 
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Iscritto: giovedì 16 settembre 2010, 15:23
Messaggi: 267
Ecco uno stralcio del capitolo della Somma Teologica sull'argomento:

La correzione di chi sbaglia è un rimedio da usarsi contro il peccato altrui. Ora, questo peccato si può considerare sotto due aspetti: primo, in quanto è nocivo a chi lo compie; secondo, in quanto è nocivo per gli altri, che ne vengono lesi o scandalizzati; oppure in quanto compromette il bene comune, la cui giustizia viene turbata dal peccato. Perciò ci sono due modi di correggere il peccatore. Il primo che applica un rimedio al peccato in quanto questo è un male di chi pecca: e questa propriamente è la correzione fraterna, ordinata all'emenda del colpevole. Ora, togliere il male di una persona equivale a procurarle il bene. Ma procurare il bene del proprio fratello appartiene alla carità, con la quale vogliamo e facciamo del bene agli amici. Dunque la correzione fraterna è un atto di carità: perché con essa combattiamo il male del fratello, cioè il peccato. E questo appartiene alla carità più della eliminazione di qualsiasi danno esterno, e di qualsiasi malanno corporale: cioè quanto il bene corrispettivo della virtù è più affine alla carità che il bene del corpo o delle cose esterne. Perciò la correzione fraterna è un atto di carità superiore alla cura delle malattie del corpo, e alle elemosine che tolgono la miseria esteriore. - C'è invece una seconda correzione la quale usa un rimedio al peccato del colpevole in quanto male altrui, e specialmente in quanto nuoce al bene comune. E tale correzione è un atto di giustizia, la quale ha il compito di custodire la rettitudine dell'onestà nei rapporti reciproci


La correzione fraterna è di precetto. Si deve però notare che mentre i precetti negativi della legge proibiscono gli atti peccaminosi, i precetti affermativi inducono ad atti di virtù. Ma gli atti peccaminosi sono cattivi per se stessi, e non possono esser buoni in nessuna maniera, in nessun luogo e in nessun tempo: poiché sono legati per se stessi a un fine cattivo, come dice Aristotele. Ecco perché i precetti negativi obbligano sempre e in tutti i casi. Gli atti virtuosi, invece, non sono da farsi in un modo qualsiasi, ma osservando le debite circostanze richieste per farne degli atti virtuosi: cioè facendoli dove si deve, quando si deve, e come si deve. E poiché le disposizioni dei mezzi dipendono dal fine, tra le circostanze degli atti virtuosi si deve tener presente specialmente il fine, che è il bene della virtù. Perciò se c'è l'omissione di una circostanza relativa all'atto virtuoso, la quale elimina totalmente il bene della virtù, l'atto è contrario al precetto. Se invece viene a mancare una circostanza la quale non toglie del tutto la virtù, sebbene non raggiunga la perfezione di essa, l'atto non è contrario al precetto. Ecco perché il Filosofo afferma, che se ci si allontana di poco dal giusto mezzo, non siamo contro la virtù: se invece ci si allontana di molto, si distrugge la virtù nel proprio atto. Ora, la correzione fraterna è ordinata all'emendazione dei fratelli. Perciò essa è di precetto in quanto è necessaria a codesto fine: non già nel senso che si debba correggere il fratello che sbaglia in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo.


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