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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: La cena in casa di Levi
MessaggioInviato: giovedì 5 agosto 2010, 20:39 
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Iscritto: venerdì 5 marzo 2010, 1:01
Messaggi: 383
Ciao a tutti. Ieri sfogliando una rivista d'arte, ho trovato una lezione su questo bellissimo quadro del Veronese che non conoscevo, ma che mi ha colpito tantissimo. Per questo quadro il Veronese finì davanti al Tribunale dell'Inquisizione nel 1573. Il quadro all'inizio si intitolava "Ultima cena", ed è una tela alta 5 metri e mezzo e lunga quasi 13, da lui dipinta per il refettorio del convento dei santi Giovanni e Paolo a Venezia (ora è alle Gallerie dell'Accademia). Questo quadro non piacque ai giudici del Santo Uffizio. Dieci anni prima, nel 1563, il Concilio di Trento aveva sottolineato l'importanza delle rappresentazioni sacre come veicolo per diffondere gli insegnamenti della Chiesa tra il popolo, in gran parte analfabeta, e gli inquisitori erano stati incaricati di vigilare che ogni dipinto rispettasse le regole.
Quell'Ultima Cena dove accanto al Cristo e agli apostoli sono raffigurati un cane, pappagalli, "un servo a cui esce sangue dal nasco, buffon, imbriachi, tedeschi, nani et simili scurrilità" (come si legge nel verbale del processo, arrivato integro fino a noi) era decisamente fuori dagli schemi dell'iconografia tradizionale. Inevitabile, quindi che il Veronese, fosse chiamato a rendere conto delle sue scelte. L'accusa era seria: eresia. Il pittore si difese con un misto di ironia, sfacciataggine e finta ingenuità: "In quella cena credo che si trovassero il Cristo con i suoi Apostoli" rispose ai giudici che lo interrogarono chiedendogli chi pensava fosse presente la sera dell'Ultima cena. Perché allora aveva aggiunto figure estranee alla realtà? "Se nel quadro avanza spacio io l'adorno di figure, secondo le invenzioni. Noi pittori ci pigliamo la licentia che si pigliano i poeti e i matti".
Oggi diremmo che il Veronese per salvarsi la pelle provò a giocarsi l carta dell'infermità mentale, almeno temporanea. Probabilmente se il processo si fosse tenuto di fronte alla ben più rigida Inquisizione romana, il pittore non l'avrebbe fatta franca, ma a Venezia riuscì a impietosire i giudici.
Così gli fu intimato di correggere il quadro entro tre mesi, eliminando o modificndo le figure non rispettose della dottrina. Non lo fece. Si limitò a eliminare il servo con il naso rotto, e poi se la cavò con un espediente: cambiò il titolo all'opera.
Non più l'Ultima Cena, ma "Cena a casa di Levi", cioè il banchetto festoso offerto in onore di Gesù da Levi, ricco pubblicano che seguì il Cristo diventando san Matteo. E in casa di un ricco pubblicano potevano ben esserci buffoni, imbriachi nani et simili scurrilità...
L'immagine che inserisco è piccolina, ma credo che si veda abbastanza bene l'insieme del quadro. Nei particolari, il cane che è presente nella scena, dalla Inquisizione era stato chiesto di sostituirlo con la figura di Maria Maddalena, l'agnello perde il suo significato teologico e diventa semplicemente cibo da spartire con gli Apostoli seduti al tavolo. Le donne non sono ammesse a tavola e appaiono alla finestra. Dalla finestra sullo sfondo una ricca signora osserva il convito, davanti a lei il telaio del finestra crea una grande croce, elemento molto usato nei quadri dell'epoca per rappresentare la crocifissione.
Il buffone con uccello in braccio era nelle intenzioni di Veronese solo un ornamento per riempire il quadro. "Non ho considerat tante cose, pensando di far disonore a niuno", disse all'inquisitore. "Tanto più che quelle figure di buffoni sono di fuora del luogo dove è nostro Signore".

Immagine

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Venusia


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