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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Dio sconosciuto all'uomo
MessaggioInviato: giovedì 24 maggio 2012, 18:44 
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Volevo riportare solo una parte, ma vale la pena riportarlo tutto:

Benedetto XVI ha scritto:
«Lasciamoci trovare e afferrare da Dio»
Venerati e cari fratelli,
è un momento di grazia questo vostro annuale convenire in Assemblea, in cui vivete una profonda esperienza di confronto, di condivisione e di discernimento per il comune cammino, animato dallo Spirito del Signore Risorto; è un momento di grazia che manifesta la natura della Chiesa. Ringrazio il Cardinale Angelo Bagnasco per le cordiali parole con cui mi ha accolto, facendosi interprete dei vostri sentimenti: a Lei, Eminenza, rivolgo i migliori auguri per la riconferma alla guida della Conferenza Episcopale Italiana. L’affetto collegiale che vi anima nutra sempre più la vostra collaborazione a servizio della comunione ecclesiale e del bene comune della Nazione italiana, nell’interlocuzione fruttuosa con le sue istituzioni civili. In questo nuovo quinquennio proseguite insieme il rinnovamento ecclesiale che ci è stato affidato dal Concilio Ecumenico Vaticano II; il 50° anniversario del suo inizio, che celebreremo in autunno, sia motivo per approfondirne i testi, condizione di una recezione dinamica e fedele. «Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace», affermava il Beato Papa Giovanni XXIII nel discorso d’apertura. E vale la pena meditare e leggere queste parole. Il papa impegnava i padri ad approfondire e a presentare tale perenne dottrina in continuità con la tradizione millenaria della Chiesa: «trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti», ma in modo nuovo, «secondo quanto è richiesto dai nostri tempi». (Discorso di solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962). Con questa chiave di lettura e di applicazione, - nell’ottica non certo di un’inaccettabile ermeneutica della discontinuità e della rottura, ma di un ermeneutica della continuità e della riforma, - ascoltare il Concilio e farne nostre le autorevoli indicazioni, costituisce la strada per individuare le modalità con cui la Chiesa può offrire una risposta significativa alle grandi trasformazioni sociali e culturali del nostro tempo, che hanno conseguenze visibili anche sulla dimensione religiosa.

La razionalità scientifica e la cultura tecnica, infatti, non soltanto tendono ad uniformare il mondo, ma spesso travalicano i rispettivi ambiti specifici, nella pretesa di delineare il perimetro delle certezze di ragione unicamente con il criterio empirico delle proprie conquiste. Così il potere delle capacità umane finisce per ritenersi la misura dell’agire, svincolato da ogni norma morale. Proprio in tale contesto non manca di riemergere, a volte in maniera confusa, una singolare e crescente domanda di spiritualità e di soprannaturale, segno di un’inquietudine che alberga nel cuore dell’uomo che non si apre all’orizzonte trascendente di Dio. Questa situazione di secolarismo caratterizza soprattutto le società di antica tradizione cristiana ed erode quel tessuto culturale che, fino a un recente passato, era un riferimento unificante, capace di abbracciare l’intera esistenza umana e di scandirne i momenti più significativi, dalla nascita al passaggio alla vita eterna.
Il patrimonio spirituale e morale in cui l’Occidente affonda le sue radici e che costituisce la sua linfa vitale, oggi non è più compreso nel suo valore profondo, al punto che più non se ne coglie l’istanza di verità. Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto. Ne è un segno la diminuzione della pratica religiosa, visibile nella partecipazione alla Liturgia eucaristica e, ancora di più, al Sacramento della Penitenza. Tanti battezzati hanno smarrito identità e appartenenza: non conoscono i contenuti essenziali della fede o pensano di poterla coltivare prescindendo dalla mediazione ecclesiale. E mentre molti guardano dubbiosi alle verità insegnate dalla Chiesa, altri riducono il Regno di Dio ad alcuni grandi valori, che hanno certamente a che vedere con il Vangelo, ma che non riguardano ancora il nucleo centrale della fede cristiana. Il Regno di Dio è dono che ci trascende. Come affermava il beato Giovanni Paolo II, «il regno non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzi tutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio invisibile» (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio [7 dicembre 1990], 18). Purtroppo, è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica. Passa da questo abbandono, da questa mancata apertura al Trascendente, il cuore della crisi che ferisce l’Europa, che è crisi spirituale e morale: l’uomo pretende di avere un’identità compiuta semplicemente in se stesso.

In questo contesto, come possiamo corrispondere alla responsabilità che ci è stata affidata dal Signore? Come possiamo seminare con fiducia la Parola di Dio, perché ognuno possa trovare la verità di se stesso, la propria autenticità e speranza? Siamo consapevoli che non bastano nuovi metodi di annuncio evangelico o di azione pastorale a far sì che la proposta cristiana possa incontrare maggiore accoglienza e condivisione. Nella preparazione del Vaticano II, l’interrogativo prevalente e a cui l’Assise conciliare intendeva dare risposta era: «Chiesa, che dici di te stessa?». Approfondendo tale domanda, i padri conciliari furono, per così dire, ricondotti al cuore della risposta: si trattava di ripartire da Dio, celebrato, professato e testimoniato. Esteriormente a caso, ma fondamentalmente non a caso, infatti, la prima Costituzione approvata fu quella sulla Sacra Liturgia: il culto divino orienta l’uomo verso la Città futura e restituisce a Dio il suo primato, plasma la Chiesa, incessantemente convocata dalla Parola, e mostra al mondo la fecondità dell’incontro con Dio. A nostra volta, mentre dobbiamo coltivare uno sguardo riconoscente per la crescita del grano buono anche in un terreno che si presenta spesso arido, avvertiamo che la nostra situazione richiede un rinnovato impulso, che punti a ciò che è essenziale della fede e della vita cristiana. In un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato, non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della Grazia; non sapremo conquistare gli uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio.

Cari fratelli, il nostro primo, vero e unico compito rimane quello di impegnare la vita per ciò che vale e permane, per ciò che è realmente affidabile, necessario e ultimo. Gli uomini vivono di Dio, di Colui che spesso inconsapevolmente o solo a tentoni ricercano per dare pieno significato all’esistenza: noi abbiamo il compito di annunciarlo, di mostrarlo, di guidare all’incontro con Lui. Ma è sempre importante ricordarci che la prima condizione per parlare di Dio è parlare con Dio, diventare sempre più uomini di Dio, nutriti da un’intensa vita di preghiera e plasmati dalla sua Grazia. Sant’Agostino, dopo un cammino di affannosa, ma sincera ricerca della Verità era finalmente giunto a trovarla in Dio. Allora si rese conto di un aspetto singolare che riempì di stupore e di gioia il suo cuore: capì che lungo tutto il suo cammino era la Verità che lo stava cercando e che l’aveva trovato. Vorrei dire a ciascuno: lasciamoci trovare e afferrare da Dio, per aiutare ogni persona che incontriamo ad essere raggiunta dalla Verità. È dalla relazione con Lui che nasce la nostra comunione e viene generata la comunità ecclesiale, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi per costituire l’unico Popolo di Dio.

Per questo ho voluto indire un Anno della Fede, che inizierà l’11 ottobre prossimo, per riscoprire e riaccogliere questo dono prezioso che è la fede, per conoscere in modo più profondo le verità che sono la linfa della nostra vita, per condurre l’uomo d’oggi, spesso distratto, ad un rinnovato incontro con Gesù Cristo «via, vita e verità».

In mezzo a trasformazioni che interessavano ampi strati dell’umanità, il Servo di Dio Paolo VI indicava chiaramente quale compito della Chiesa quello di «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza» (Esort. Ap. Evangelii nuntiandi [8 dicembre 1975], 19). Vorrei qui ricordare come, in occasione della prima visita da Pontefice nella sua terra natale, il beato Giovanni Paolo II visitò un quartiere industriale di Cracovia concepito come una sorta di «città senza Dio». Solo l’ostinazione degli operai aveva portato a erigervi prima una croce, poi una chiesa. In quei segni, il papa riconobbe l’inizio di quella che egli, per la prima volta, definì «nuova evangelizzazione», spiegando che «l’evangelizzazione del nuovo millennio deve riferirsi alla dottrina del Concilio Vaticano II. Deve essere, come insegna questo Concilio, opera comune dei Vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici, opera dei genitori e dei giovani». E concluse: «Avete costruito la chiesa; edificate la vostra vita col Vangelo!» (Omelia nel Santuario della Santa Croce, Mogila, 9 giugno 1979).

Cari confratelli, la missione antica e nuova che ci sta innanzi è quella di introdurre gli uomini e le donne del nostro tempo alla relazione con Dio, aiutarli ad aprire la mente e il cuore a quel Dio che li cerca e vuole farsi loro vicino, guidarli a comprendere che compiere la sua volontà non è un limite alla libertà, ma è essere veramente liberi, realizzare il vero bene della vita. Dio è il garante, non il concorrente, della nostra felicità, e dove entra il Vangelo – e quindi l’amicizia di Cristo – l’uomo sperimenta di essere oggetto di un amore che purifica, riscalda e rinnova, e rende capaci di amare e di servire l’uomo con amore divino.

Come evidenzia opportunamente il tema principale di questa vostra Assemblea, la nuova evangelizzazione necessita di adulti che siano «maturi nella fede e testimoni di umanità». L’attenzione al mondo degli adulti manifesta la vostra consapevolezza del ruolo decisivo di quanti sono chiamati, nei diversi ambiti di vita, ad assumere una responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni. Vegliate e operate perché la comunità cristiana sappia formare persone adulte nella fede perché hanno incontrato Gesù Cristo, che è diventato il riferimento fondamentale della loro vita; persone che lo conoscono perché lo amano e lo amano perché l’hanno conosciuto; persone capaci di offrire ragioni solide e credibili di vita. In questo cammino formativo è particolarmente importante – a vent’anni dalla sua pubblicazione – il Catechismo della Chiesa Cattolica, sussidio prezioso per una conoscenza organica e completa dei contenuti della fede e per guidare all’incontro con Cristo. Anche grazie a questo strumento possa l’assenso di fede diventare criterio di intelligenza e di azione che coinvolge tutta l’esistenza.

Trovandoci nella novena di Pentecoste, vorrei concludere queste riflessioni con una preghiera allo Spirito Santo:
Spirito di Vita, che in principio aleggiavi sull’abisso,
aiuta l’umanità del nostro tempo a comprendere
che l’esclusione di Dio la porta a smarrirsi nel deserto del mondo,
e che solo dove entra la fede fioriscono la dignità e la libertà
e la società tutta si edifica nella giustizia.
Spirito di Pentecoste, che fai della Chiesa un solo Corpo,
restituisci noi battezzati a un’autentica esperienza di comunione;
rendici segno vivo della presenza del Risorto nel mondo,
comunità di santi che vive nel servizio della carità.
Spirito Santo, che abiliti alla missione,
donaci di riconoscere che, anche nel nostro tempo,
tante persone sono in ricerca della verità sulla loro esistenza e sul mondo.
Rendici collaboratori della loro gioia con l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo,
chicco del frumento di Dio, che rende buono il terreno della vita e assicura l’abbondanza del raccolto.
Amen.


Fonte: http://www.avvenire.it



Con queste parole, il successore di Pietro in carica, si è rivolto ai vescovi italiani. Il papa giustamente, mette a fuoco la necessità di vivere la fede in prima persona e di testimoniarla in prima persona. L'esperienza di Dio è qualcosa che si testimonia. Però forse, in seconda battuta, l'ignoranza religiosa, non è solo un fatto di non testimonianza, ma proprio un discorso pratico e tecnico. Se tra i praticanti, che partecipano assiduamente alla vita della Chiesa, c'è gente che dice cose non corrette sulla fede, confondendo la propria opinione con la correttezza oggettiva della fede stessa, c'è poco da fare. Dove si conosce la fede? Dove la si approfondisce? Individualmente? Sì certo. Ma è nella parrocchia in sede di catechesi. Me se i corsi di catechesi, hanno l'esito scontato (traduco: la Comunione a tutti, la Cresima a tutti, il Matrimonio a tutti, incarichi dati a tutti, ecc. ) poi non ci lamenti se tra i praticanti, la gente dice cose non esistono! Dio sconosciuto o Dio conosciuto male, che può essere anche peggio?? È come quegli studenti, che dicono che Colombo è vissuto nel 1700! O che Foscolo ha scritto il 5 Maggio. Di chi è la colpa? Dei professori che promuovono comunque! Fuor di metafora: dei catechisti e dei parroci che danno l'idoneità a tutti, basta che siano presenti. Quando non si deroga anche su questo punto. Con questo andazzo, non ci si lamenti. Come ci si aspetta che si pervenga a una conoscenza profonda della fede, ma anche semplicemente buona, in queste condizioni? Allora, c'è sicuramente la componente, se si vuole principale, del vivere e testimoniare. Verissimo. Ma subito dopo, c'è un problema di cultura in senso stretto. Cultura religiosa. Non è possibile che si trovino atei più istruiti dei credenti in materia religiosa!! A parità di titolo culturale, status sociale. Non è possibile! Ma accade! Gente che non sa (o fa finta di non sapere) che il Cristianesimo, condanna nel modo più assoluto certe cose. Oppure pensano che il Cristianesimo condanni cose che in realtà non condanna! Tutto nasce dalle famiglie, che non educano. Non si ha il coraggio di dire chiaramente cosa è giusto e cosa è sbagliato. Alla Luce del Vangelo, non alla luce della moda prevalente. Le parole dette dal papa, sono vere e giuste. Ma non cambierà nulla, niente, se non si prendono provvedimenti pratici. È sempre la solita domanda... perché devo impegnarmi se il risultato non cambia??? Per la testimonianza... Certo... fondamentale. Si possono avere anche santi come testimoni... ma se mi ritrovo con il parroco che mi fa cresimare, anche se dico che secondo me Gesù Cristo è un grande uomo, ma non è Dio.... cosa ci si aspetta?? O se faccio fare la Comunione a un bambino che dichiara di non credere nell'Eucarestia... ma cosa ci si aspetta??? La Chiesa, si è fatta condizionare dal sempre e comunque. Come i genitori odierni che non sanno più dire No ai loro figli. I risultati, come diciamo sempre, sono cronaca. Questa madre che dice sempre sì, perde autorevolezza. Come la perderebbe se dicesse sempre no. Questo è il succo. Ogni tanto, il no, ci vuole. Specie se si tratta, come spesso dovrebbe accadere, di un "non ancora". No... per avere la vita tranquilla... sempre sì. D'accordo. Ma non ci si lamenti dei risultati. È solo per la grandezza intrinseca del messaggio cristiano e per la Presenza di Cristo, che con questo sistema, non è un fallimento totale.

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Il Venerabile Beda

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Noi, siamo sfacciatamente di parte, e ce ne vantiamo!

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