Angolo di cielo

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 Oggetto del messaggio: Dalla Parola alla vita quotidiana
MessaggioInviato: sabato 14 marzo 2009, 10:19 
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Dal Vangelo secondo Marco 14, 1-9

Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo». Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: «Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto».

Meditazione
Chi è questa donna? Da dove viene? Con un gesto così semplice entra in scena. Questo vasetto rotto sembra sintetizzare la Tua vita: “L’amore spreca; non conosce calcolo e va oltre il dovuto e il necessario. L’amore ha bisogno di dare tutto. L’amore spande attorno a sé il profumo buono della gratuità che genera fiducia”. Il buon senso dei benpensanti si sdegna, facendo il calcolo di quanti poveri si potevano aiutare. Anche io tante volte sono d’accordo con questa gente e mi chiedo: “perché non darlo ai poveri?”. Voglio un Dio più giustiziere sociale, che un Dio che si fa ungere con olio prezioso. Ma dal profondo della storia sale il tuo grido: anche Tu, come Giuda, non lo fai per amore dei più poveri!
Ella dice il Suo Si a quel mistero della Tua passione, che tante volte voglio cambiare nel grido dei poveri, ma resta sempre e soltanto il grido del Figlio di Dio! Questo lo aveva capito bene Bianchi Porro, morta il 23 gennaio 1964, quando già era paralizzata, sorda e cieca, detto alla mamma una commovente lettera per un giovane disperato: “Caro Natalino, ho letto la tua lettera dal giornale. Anche io come te, ho 26 anni, e sono inferma da tempo. Un morbo mi ha atrofizzata, quando stavo per correre i miei lunghi anni di studio: ero laureanda in medicina a Milano. Avevo diciassette anni quando ero già iscritta all’Università. Poi il male mi ha completamente arrestata quando avevo quasi terminato lo studio: ero all’ultimo esame. E la mia quasi laurea mi è servita solo per diagnosticare me stessa. Fino a tre mesi fa godevo ancora della vista; ora è notte. Però al mio calvario non sono disperata. Io so che in fondo alla via Gesù mi aspetta. Prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora, ho trovato una sapienza che è più grande di quella degli uomini. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza, fino alla consumazione dei secoli …”. Ella come la donna anonima ha creduto che la morte, il dolore, la solitudine, è un passaggio obbligatorio e senza di essa non saremo mai veri discepoli.

Preghiera
Signore Gesù,
quando ci prende la tentazione di chiederci
a che cosa serve ciò che facciamo,
dacci lo spirito di questa donna
che conosce il valore dell’amore per se stesso.
Aiutaci a credere che ciò che facciamo passa;
che solo l’amore resta e diventa vangelo,
come il gesto di questa donna anonima.
Aiutaci a capire che l’amore che non ha il coraggio di sprecare,
di consumarsi, di perdere, non è amore.
Insegnacelo ad ogni nostro sguardo alla tua croce.

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 Oggetto del messaggio: Dalla Parola alla vita quotidiana
MessaggioInviato: lunedì 16 marzo 2009, 14:15 
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Terza Domenica di Quaresima

Si racconta di un uomo che trovò un uovo d’aquila e lo mise nel nido di una chioccia. L'uovo si schiuse contemporaneamente a quelle della covata e l’aquilotto crebbe insieme ai pulcini.
Per tutta la vita l’aquila fece quel che facevano i polli del cortile, pensando di essere uno di loro. Frugava il terreno in cerca di vermi e insetti, chiocciava e schiamazzava, scuoteva le ali alzandosi da terra di qualche decimetro.
Trascorsero gli anni e l’aquila divenne molto vecchia. Un giorno vide sopra di sé, nel cielo sgombro di nubi, uno splendido uccello che planava, maestoso ed elegante, in mezzo alle forti correnti d’aria, muovendo appena le robuste ali.
La vecchia aquila alzò lo sguardo, stupita. “Chi è quello?”, chiese.
“È l’aquila, il re degli uccelli”, rispose il suo vicino. “Appartiene al cielo. Noi invece apparteniamo alla terra, perché siamo polli”.
L’aquila abbassò il suo viso e ricominciò a becchettare vermi e insetti, e visse e morì come un pollo, perché pensava di essere tale, inconsapevole delle vette a cui avrebbe potuto innalzarsi.
Siamo aquile o polli?
Vi auguro di scoprire la grandezza della vita da aquile (= vita da Figli di Dio) che il Padre ci ha donato.

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